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BREVE BIOGRAFIA DI S. BENEDETTO DA SAN FRATELLO
DETTO IL MORO
COMPATRONO DELLA CITTÀ DI PALERMO
P. LUDOVICO MARIA MARIANI o.f.m.
BREVE
VIDA EN CASTILLANO
La Città Natale
San Fratello, dove è nato il nostro Benedetto, è una graziosa cittadina, in
provincia di Messina, dalla quale dista 86 chilometri ed è posta sui monti
Nebrodi a 675 metri s.l.m.
Si trova in una posizione bellissima, domina il malioso mar Tirreno per un ampio
raggio, tra i torrenti Furiano ed Inganno, è circondata da uliveti, vigneti e
agrumeti.
La sua storia risale alla vetusta Sosipolis (città della salvezza) del 1300 a.
C., come ricordata negli studi della Trinakie omerica, poi all'antica città
sicula di Apollonia e infine alla Demena medievale, che diede il nome ad una
delle tre valli in cui era divisa la Sicilia: Val Demone, Val di Noto e Val di
Mazara.
In un documento del 1272 il Castello di Demena viene designato col nome di "Castrum
S. Philadelphi".
Questo nome deriva dai santi protettori Alfio, Filadelfio e Cirino, i tre
fratelli martirizzati secondo alcuni nel 263 d.C., al tempo dell'Imperatore
Valeriano, ma i loro resti mortali furono trafugati dalla città di S. Tecla e
custoditi nella rocca di Demena, sopra S. Fratello.
Riscoperti nel periodo normanno, quando Ruggero I venne in Sicilia per liberare
l'isola dai saraceni, furono portati nella chiesa madre di S. Fratello, dove
sono venerati.
Gli abitanti vollero chiamare il loro paese San Filadelfio, trasformatosi poi
nella pronunzia locale, che è francesizzante, in San Fratello. Nel 1754 un
terremoto e nel 1922 una frana avevano distrutto il paese, il quale in un primo
tempo si voleva ricostruire nella sottostante pianura di Acquedolci, ma in
seguito gli abitanti riuscirono a ricostruire il loro paese sullo stesso luogo
dove era stato fondato.
I Genitori
I genitori del nostro Benedetto erano schiavi condotti in Sicilia dall'Etiopia.
Gli Etiopi nel secolo XV erano in relazione con i portoghesi, i quali
praticavano la tratta dei negri assieme agli spagnoli. Questi ultimi, comprati
gli schiavi dai portoghesi, li venivano a vendere in Sicilia, dato cha la
Sicilia nel secolo XVI era un vicereame della Spagna.
Tra questi schiavi vi furono i genitori di Benedetto: Cristoforo e Diana, che
dal loro padrone presero il cognome di Manasseri.
Cristoforo e Diana sposandosi avevano deciso di non avere figli, per non
generare figli schiavi come loro.
Il Manasseri, venuto a sapere il motivo per cui non volevano figli, promise loro
che il primo nato sarebbe stato affrancato, cioè reso libero. Il primogenito fu
Benedetto, e fu reso libero, poi nacquero un fratello dal nome Marco e due
sorelle: Baldassara e Fradella (femminile di fratello).
Fradella sposò Vincenzo Nastasi, schiavo di un uomo facoltoso, dal loro
matrimonio nacque Violante, la nipote prediletta di Benedetto che poi, fattasi
monaca, prese il nome di Suor Benedetta.
Infanzia e Giovinezza
Alla scuola dei suoi genitori, cattolici, molto pii e caritatevoli, Benedetto
crebbe adorno di virtù, e fin dall'infanzia fece presagire quello che sarebbe
stato da grande.
I biografi descrivono la sua fanciullezza aliena dai giuochi puerili; attendeva
molto alla pietà; il suo cuore era ardente di amore verso Dio e la sua Madre
Santissima.
Giunto all'età della ragione cominciò a recarsi alla S. Messa, riceveva
frequentemente la SS. Eucaristia, ascoltava le istruzioni dei sacerdoti del
paese, apprese ad amare Dio a fare del bene al prossimo.
Fin da ragazzo aveva grande devozione verso Gesù Crocifisso, meditava spesso
sulla passione del Figlio di Dio e si mortificava con digiuni e cilizi.
Benedetto era fortemente attratto dalla preghiera e spesso lo si trovava rapito
in contemplazione ed estasi.
Il suo desiderio era di consacrarsi al servizio del Signore Gesù. Presto fu
esaudito. Vicino San Fratello vi era un santo eremita, si chiamava Girolamo
Lanza, uomo nobile e ricco, aveva lasciato famiglia e ricchezze per consacrarsi
al Signore. Viveva nell'eremo di Santa Domenica, vicino a San Fratello.
Un giorno incontrando Benedetto lo invitò dicendogli; "Benedetto cosa fai? Vendi
i buoi e vieni."
Benedetto aveva 21 anni, in quell'invito sentì la voce di Gesù che lo chiamava.
Comunicò ai suoi genitori la sua decisione, vendette i buoi, distribuì il denaro
ai poveri e andò dal servo di Dio Girolamo Lanza.
I genitori si rammaricarono, ma non ostacolarono la vocazione del figlio e lo
lasciarono andare.
L'Eremita
Nell'eremo di Santa Domenica, in contrada di Caronia, distante da San Fratello
cinque chilometri, viene accolto dallo stesso fra Girolamo Lanza e, sotto questa
disciplina, la sua anima si affina e cresce di virtù in virtù, tanto che dopo
breve tempo può emettere la professione religiosa. La vita eremitica, nel 1550,
era stata permessa dal Papa Giulio III, i religiosi che l'abbracciavano, oltre
alla regola di S. Francesco d'Assisi dovevano osservare un quarto voto, cioè di
condurre una vita quaresimale, digiunando tre volte la settimana e vivendo in
solitudine e in preghiera.
Benedetto in quel genere di vita crebbe talmente in grazia e perfezione, da
superare tutti gli altri del medesimo romitorio. Osservava il digiuno in modo
così rigido da mangiare solo pane ed erbe, una volta al giorno, quanto era
necessario per sopravvivere.
Macerava il suo corpo con cruente flagellazioni e asprissimi cilizi; dormiva
sulla nuda terra per breve tempo; i suoi giorni e tutte le notti passava in
continua contemplazione e preghiera.
Il profumo delle sue virtù non poteva più nascondersi, e i cittadini di Caronia,
di Santa Domenica e della stessa San Fratello accorrevano al romitorio dove
questi santi religiosi trascorrevano la vita in penitenza; ma andavano
soprattutto da Benedetto che tra loro si distingueva.
A lui i fedeli ricorrevano per raccomandarsi alle sue preghiere, che non solo
venivano esaudite, ma spesso erano accompagnate da veri e propri miracoli.
I poveri eremiti non avevano più pace, non potevano compiere le loro discipline
in tranquillità.
Il servo di Dio Girolamo Lanza decise di abbandonare quel romitorio per un altro
luogo più lontano e tranquillo.
Prima si recarono alla Platanella, anche qui però la gente andava numerosa a
trovare Benedetto.
Andarono più lontano alla Mancusa, tra Partinico e Carini; poco tempo dopo
cercarono di nascondersi sul monte Pellegrino, presso Palermo. Per un anno e
otto mesi Benedetto andò a Marineo, presso il santuario della Madonna della
Dayna, ma poi ritornò sul monte Pellegrino, così chiamato da questi pellegrini
che vi abitavano.
Alla morte del pio eremita Girolamo Lanza, tutti gli eremiti decisero che solo
Benedetto era degno di essere eletto Superiore. Malgrado Benedetto cercasse di
evitare tale incarico, adducendo la ragione che era analfabeta e peccatore,
tuttavia i confratelli eremiti con insistenza lo costrinsero ad accettare.
Dopo 17 anni di vita eremitica, durante i quali si era distinto per pietà,
rigore, disciplina e santità, una lettera del Cardinale Rodolfo del Carpio,
Protettore dell'Ordine dei Frati Minori, comandava che tutti gli eremiti
dovevano ritirarsi in un Ordine Francescano, o dai Frati Minori o dai Frati
Cappuccini. Pertanto venivano dispensati dal quarto voto quadragesimale e
potevano essere accolti nell'ordine prescelto come veri e propri religiosi.
Tutti gli eremiti ubbidirono e Benedetto aveva in animo di entrare nell'Ordine
dei Frati Minori Cappuccini.
Riflettendo però volle raccogliersi in preghiera per chiedere alla Vergine Santa
quale decisione doveva prendere.
Si recò alla Cattedrale di Palermo e dinanzi all'altare della Madonna pregò a
lungo. La Vergine Santa, con un triplice segno, gli manifestò che volontà del
suo Figlio Divino era quella d'entrare nell'Ordine dei Frati Minori.
Frate Minore
Il primo capitolo della Regola dei Frati Minori è questo: "Vivere secondo il
Vangelo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità".
Così S. Francesco d'Assisi ha scritto di sua mano.
Benedetto conosciuta la volontà di Dio si reca al convento di S. Maria di Gesù
di Palermo e chiede con umiltà di essere ammesso all'Ordine dei Frati Minori.
Il P. Guardiano lo accoglie benevolmente e lo ammette tra il numero dei fratelli
laici, cioè tra i religiosi non sacerdoti .
Per un triennio è mandato al convento di S. Anna a Giuliana, ma dopo ritorna a
Palermo nel convento di S. Maria di Gesù e vi rimane per tutto il tempo della
sua vita.
Benedetto, passato dall'eremo al convento, non ha cambiato nulla del suo fervore
e amore verso Dio e i fratelli.
Anche se dispensato dal quarto voto, cioè di fare tutto l'anno il digiuno
quadragesimale, egli per sua particolare devozione continuava nell'austerità e
nel rigore, come era vissuto durante la vita eremitica. Il cibo frugale,
spessissimo consisteva in pane e acqua.
Per penitenza e mortificazione portava quotidianamente il cilizio, si
disciplinava, talvolta sino a sangue, con le cordicelle all'estremità delle
quali vi erano acuminati flagelli, dormiva sovente sulla nuda terra, lavorava
dedicandosi ai lavori più umili e pesanti.
Quello che, per un tale tenore di vita austera, dava forza al nostro Benedetto,
era il fuoco di un ardente amore verso Dio. Nella preghiera fervida trovava
tanta gioia e consolazione da fargli dimenticare ogni sacrificio e rinunzia.
Nella contemplazione dei sacri misteri spesso era rapito in estasi, rimaneva per
intere ore così elevato da terra da non sentire quello che accadeva intorno a
lui.
Si accostava spesso all'Eucaristia con tale e tanto raccoglimento, per cui il
suo volto si irradiava di uno splendore singolare, da destare meraviglia e gioia
nei presenti.
La solitudine, il silenzio e il raccoglimento erano i momenti più dolci della
sua esistenza.
Per lui Frate Minore, sempre obbediente, la voce dei superiori era la voce di
Dio; il suono della campana era il segnale che lo destava per compiere il suo
dovere; i comandi ricevuti erano puntalmente e scrupolosamente eseguiti. Si
narra che un giorno, mentre si trovava in chiesa, rapito in estasi dinanzi alla
Vergine Santa, gli viene dato da Maria il Bambino Gesù. Benedetto si trova in
piena delizia e conversazione con Gesù Bambino, quando ode il suono della
campana che lo chiama. Si ridesta dall'estasi, invita la Madonna a riprendersi
il Bambino. Non essendo stato esaudito subito, lancia il Bambino tra le braccia
della Madonna e corre dove l'obbedienza lo chiama.
Ritornato ai piedi della Madonna, si accorge che il Bambino dopo il lancio non
ha ripreso la sua naturale posizione, ma è rimasto riverso, quasi come se stesse
per cadere. Mirabile testimonianza dell'obbedienza di Benedetto!!!
Ancor oggi si vede il Bambino Gesù tra le braccia della Madonna in questa
scomoda posizione.
La povertà del servo di Dio era la più severa, nei viaggi non portava mai
bisaccia e quello che riceveva dai benefattori in carità lo ridistribuiva tra i
poveri.
La sua cella era disadorna: un sacco di paglia come giaciglio da servire per
quando non dormiva sulla nuda terra, una croce delineata nella parete con il
carbone, un'immagine di carta raffigurante la Vergine Santa, e altre immagini
sempre disadorne che raffiguravano i santi di sua devozione. Questa tutta la sua
suppellettile.
Il suo vestito era il povero saio "rude e rattoppato" di lana grezza.
Talmente curava la sua purezza e modestia da essere da tutti chiamato: "angelo
in carne." Non dava mai a baciare la mano, la ritraeva dando invece da baciare
la manica della tunica.
Non guardava mai in faccia le donne, sovente soleva dire: "Per custodire il
giglio della purezza, bisogna fuggire tutte le occasioni che la possono
offuscare."
Così consigliava i suoi confratelli: "Simili generi di tentazioni si devono
fuggire e non lottare con loro, perchè facilmente si rimane sconfitti."
Benedetto è il vero Frate Minore, osservante della Regola, amante della
preghiera, custode scrupoloso dei santi voti di povertà, obbedienza e castità.
Era tanto amato da tutti i suoi confratelli che nel 1583 lo vollero eleggere
loro superiore, malgrado Benedetto con tutta umiltà li pregasse di desistere,
perchè egli era illetterato, fratello non sacerdote e soprattutto grande
peccatore.
I confratelli non giudicarono le sue ragioni valide; e allora solo per
obbedienza accettò di fare il superiore.
Durante il suo ufficio di superiore seppe così bene guidare i suoi confratelli,
e con tale dolcezza e amore, che molti fecero domanda di andare a vivere con lui
nel convento di S. Maria di Gesù, per cui fu costretto ad ampliarlo,
sopraelevando un secondo piano e costruendo un nuovo braccio di convento.
Anche i confratelli ostinati accettavano di seguire i suoi consigli perchè, più
che con le parole, erano convinti dal suo esempio.
Il Consolatore
Le parole del Divin Maestro: "Voi tutti che siete affaticati e oppressi venite a
me, e io vi consolerò" (Mt. 11, 28), sono le parole messe in pratica dal nostro
Benedetto.
La sua fama di santità, prima come eremita e poi da frate minore, le sue virtù
preclare, i suoi esempi luminosi subito si diffusero e il popolo di Dio
accorreva a Lui.
Benedetto, anima semplice e umile, riceveva tutti, anzi voleva essere chiamato
in qualunque ora della giornata fosse richiesto da qualcuno, e ciò anche se era
affaticato e stanco.
Difatti un giorno arrivò una povera vecchietta al convento di S. Maria di Gesù e
chiese di fra Benedetto. Il fratello portinaio, sapendo che il servo di Dio era
andato a riposare, pregava la vecchietta di ritornare un'altra volta. Proprio in
quell'istante giunse fra Benedetto che, dopo avere ripreso dolcemente il frate
portinaio, consolò la povera vecchietta, la quale se ne andò tutta contenta per
avergli parlato.
Poveri o ricchi, nobili o plebei, dotti o ignoranti, tutti riceveva Benedetto e
per tutti aveva parole di consolazione.
Più che le parole, a testimoniare sono i fatti. Eccone alcuni: Giovanna Di
Giovanni, cittadina palermitana, angustiata per non avere avuto da molto tempo
notizie del figlio, che trovavasi lontano dalla Sicilia, andò a trovare
Benedetto per raccomandarlo alle sue preghiere e per essere consolata.
Il servo di Dio era in portineria, quando vide venire la donna tutta angustiata,
lesse dentro il suo cuore e le disse: "Voi venite per avere notizie di vostro
figlio; andate con la pace del Signore perchè avrete presto buone notizie e
quanto prima lo vedrete."
Ciò accadde il sabato. Il lunedì seguente la donna non solo ebbe notizie del
figlio, ma addirittura il giorno successivo se lo vide comparire sano e salvo.
Donna Pietra Alesi, nel processo per la beatificazione di Benedetto, depose con
giuramento quanto segue: "Io ebbi un altro marito prima di questo, che si
chiamava Cesare Russo, il quale stette in mia compagnia alcuni anni; però io
stavo inquieta e turbata, atteso che egli viveva lascivamente e andava dietro
alle donne; per la qual cosa sentivo molta pena e fastidio; e non sapendo cosa
fare raccontavo a tutti la mia tribolazione per vedere se potessi in qualche
modo trovare rimedio; sicché una volta mi proposi di andare da una fattucchiera,
per avere fatta una fattucchieria per mio marito, non sapendo cosa fare e per
l'ansietà che avevo di vedermi tranquilla. Andai a trovare la fattucchiera, ed
essa mi diede certa polvere in un cartoccio con l'ordine che gliela dessi a bere
o almeno gliela spargessi addosso. Presi la polvere con l'intento di fare quanto
mi aveva detto la fattucchiera, ma subito mi pentii, e tornando in me stessa,
non volli farlo. Un giorno mossa dalla fama che allora correva che, nel convento
di S. Maria di Gesù, un frate santo chiamato fra Benedetto da S. Fratello faceva
molti miracoli, mi risolsi di andare da lui, affinché mi consolasse in quegli
affanni, e mi desse un rimedio spirituale per la quiete dell'anima mia. Sicché
essendovi andata, e avendo esposto lo stato di mio marito, mi disse queste o
simili parole: "Vai via, levati quel diavolo che porti sopra e poi torna qua".
E non avendo io compreso cosa volesse dire, anzi dicevo che non lo comprendevo,
mi replicò, con maggiore forza, quelle stesse parole e se ne andò via.
Io chiedevo a mia madre, che era presente, cosa intendeva dire fra Benedetto.
Essa, sapendo che io ero andata dalla fattucchiera e che avevo ricevuto quella
polverina, mi domandò se la portavo con me addosso. Difatti così era, e allora
subito la gettai e andai a chiamare fra Benedetto. Il servo di Dio venne
sorridendo e allegro e, prima che gli parlassi, mi disse: "Adesso che tu hai
buttato via il diavolo che portavi addosso, vattene a casa allegramente, ivi
troverai tuo marito che ti sta aspettando e vivrai per l'avvenire con lui
serenamente."
Consolata da questo annunzio, tornai a casa e trovai difatti mio marito che mi
aspettava. E da quel giorno fece con me una vita maritale, mutato talmente nei
costumi e nei vizi passati, che sembrava fosse un altro. Così durò finché nostro
Signore lo chiamò a sè".
Benedetto, come si nota, non solo consolava i cuori afflitti, ma scrutava il
loro cuore manifestando i loro affanni.
Il Consigliere
Scrive S. Paolo nella lettera ai Corinti al capitolo primo, versetto 27: "Dio ha
scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto nel
mondo ciò che è debole per confondere i forti."
Benedetto si definiva "idiota" cioè analfabeta, eppure Dio volle manifestare in
lui la sapienza, la saggezza, la prudenza. Da Benedetto accorrevano uomini dotti
e teologi di gran fama per ricevere spiegazioni e consigli.
Da lui andavano viceré, magistrati e amministratori della città per avere
istruzioni e suggerimenti per come guidare i sudditi e amministrare la
giustizia.
Dal nostro servo di Dio si recavano uomini e donne, ricchi o di umile
condizione, per essere guidati nell'affrontare i problemi della vita quotidiana.
Gli stessi suoi confratelli sacerdoti e laici a lui ricorrevano e da lui
ricevevano ammaestramenti per essere illuminati nel vivere secondo la Regola e
nella prudenza.
Qui riporto testimonianze deposte nei vari processi per la sua canonizzazione.
Ecco come si esprime il P. Michele da Agrigento: "Io so che Benedetto non sapeva
né leggere, né scrivere ed era uomo idiota; però con tutto questo faceva molti
sermoni e ragionamenti ai frati e particolarmente ai novizi, spiegando a essi
molti passi e difficoltà della Sacra Scrittura, con molta chiarezza ed
edificazione spirituale".
Un sacerdote confratello così testimoniò nel secondo processo palermitano: "Io
so che fra Benedetto era idiota e non sapeva né leggere, né scrivere, con tutto
ciò, spessissime volte, soleva spiegare ai novizi le lezioni della Sacra
Scrittura che si erano lette a Mattutino e con queste lezioni si intratteneva in
lunghi discorsi, che sembravano ispirati dallo Spirito Santo".
Uomini dottissimi e di grande stima e di grandi meriti testimoniarono di
riconoscere in Benedetto il particolare carisma dell'interpretare le Sacre
Scritture e scrutare i cuori.
Il Padre Maestro dell'Ordine Domenicano, Vincenzo Magis, insigne per dottrina e
teologo, e proposto Arcivescovo di Palermo, nel processo dichiarò, sotto
giuramento, quanto segue: "Un giorno, afflitto per non avere potuto spiegare un
certo passo della Sacra Scrittura, andai al convento di S. Maria di Gesù per
conferire con fra Benedetto. E mentre stavo domandando del servo di Dio ecco
sopraggiungere Benedetto che invece di salutarmi, quasi leggendo il mio
pensiero, disse: "Padre mio, non vi turbate se non avete capito quel passo della
Sacra Scrittura, perchè io ve lo spiegherò".
Il padre Maestro, postosi a sedere, sentì spiegarsi quel passo con tanta
chiarezza e profondità di dottrina che non avrebbe potuto aspettarsi da un bravo
dottore di Sacra Scrittura".
Non solo ai dotti e ai suoi confratelli, ma anche agli umili dava consigli saggi
e prudenti.
Così accadde al palermitano Ottaviano Panitteri che andò da Benedetto per sapere
come si doveva comportare nel risolvere una certa causa. Appena arrivato al
convento, senza ancora avere proferito parola, sentì dirsi dal servo di Dio:
"Proseguite pure di buon animo la causa che avete, perchè tra pochi giorni
l'avrete vinta." Come difatti avvenne.
La palermitana Agata Bianchi aveva una grande angustia di spirito per una
violenta tentazione, e per giunta non aveva il coraggio di rivolgersi ad alcuno
per trovare consiglio e opportuno rimedio.
Recatasi da Benedetto per consultarlo, prima ancora che lo salutasse, udì
esclamare: "Tentazione, tentazione, che meraviglia! La Madre di Dio fu la sola a
non averne, ma poi tutti noi abbiamo tentazioni".
Agata capì che Benedetto le aveva letto il profondo del suo pensiero. In quel
momento sentì sollievo alla sua pena e dopo poco tempo quella tentazione cessò
del tutto.
La Baronessa Isabella Barresi della Pietra, avendo una grande angustia perchè il
figlio voleva sposarsi con una donna non gradita alla famiglia, si recò da
Benedetto per consiglio. Questi la esortò a stare tranquilla perchè il Signore
l'avrebbe esaudita.
Dopo poco tempo la Baronessa, vedendo tornare il figlio ammalato, interpretò
quella malattia come castigo di Dio. Il figlio quando guarì, non pensò più a
quel matrimonio.
Tutti questi episodi sono autentici, perchè i testimoni li hanno raccontati
sotto giuramento, nei vari processi istruiti dall'autorità ecclesiastica. Sono
episodi che chiaramente manifestano, come il nostro Benedetto era stato
arricchito dal Signore con particolari carismi.
Il Taumaturgo
Gesù un giorno disse ai suoi discepoli: "In verità, in verità vi dico: chi crede
in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi." (Gv. 14, 12)
Benedetto è discepolo di Gesù; a Lui solo crede, Lui solo ama, in Lui solo
confida, per Gesù solo soffre, si mortifica e dona tutta la sua vita. Gesù per
questo fa partecipe dei suoi doni il suo servo buono e fedele esaudendo le sue
preghiere.
Benedetto, per grazia di Gesù, compie tanti e tali miracoli, sia durante la sua
vita mortale e ancor più dopo la sua morte, da potere essere senza dubbio
definito, come S. Antonio da Padova, un taumaturgo. Benedetto guarisce gli
infermi, dopo avere pregato con fervida fede, con un solo segno di croce o con
il contatto della sua mano, o ungendo l'infermo con l'olio della lampada che
arde dinanzi all'altare della SS. Vergine, e dopo la sua morte, gli ammalati
guariscono toccando una sua reliquia e invocandone l'intercessione.
Ha dato la vista ai ciechi, ha raddrizzato gli storpi, ha guarito appestati ed
ha ridato la vita a tre morti. Sebbene siano stati centinaia, forse migliaia i
miracoli ottenuti per intercessione di Benedetto, qui per brevità ne citiamo
solo alcuni, data l'impossibilità di enumerarli tutti.
Un giorno la signora Eleonora, moglie di Angelo Ferro, insieme con le altre
amiche, si era recata al convento di S. Maria di Gesù per trovare Benedetto.
Dopo avere trascorso la giornata in preghiera e in sante conversazioni con il
servo di Dio, la sera nel ritornare a casa con la sua carrozza, a un certo punto
i cavalli si imbizzarriscono, si mettono a correre facendo capovolgere la
carrozza. La signora Eleonora vede finire sotto la carrozza il piccolo Andrea
che teneva in braccio. Ripresasi dallo spavento, va a raccogliere il suo
figliolo di cinque mesi che non da più segni di vita. Vani sono i tentativi per
rianimarlo. Alle grida di dolore accorre, con i frati del convento, Benedetto al
quale l'addolorata madre dice: "Padre, mio figlio è morto, come posso ritornare
a casa da mio marito, che non sa neppure che sono venuta qui?"
Non dubitate, soggiunge subito Benedetto, e preso il bambino tra le braccia, gli
pone la mano sulla fronte, recita alcune preghiere e dopo lo restituisce alla
madre dicendole: "Dategli la pappa." Ma la madre risponde: "Ma padre, i morti
non pappano." Benedetto soggiunge: "Non essere incredula, dai la mammella al tuo
bambino:" Eleonora ubbidisce, e il fanciullo apre gli occhi e incomincia a
succhiare il latte.
Un'altra volta la ruota di un carro era passata sullo stomaco di una certa
Lucrezia Di Carlo, che era incinta. Tutti pensarono che la prole fosse morta nel
seno della madre. La donna venne condotta da Benedetto il quale la segnò di
Croce, recitando alcune preghiere. Tanto bastò perchè Lucrezia fosse guarita da
ogni male e a suo tempo desse alla luce una bambina sana e salva.
Il Viceré Marcantonio Colonna, la cui moglie era ammalata in modo grave, mandò a
chiamare fra Benedetto che, in compagnia del P. Ignazio da Siracusa, si recò al
palazzo del Viceré di Sicilia.
Accolto con grande devozione veniva supplicato dallo stesso Viceré per la
guarigione della vice - regina. Benedetto lo esortò a stare di buon animo perchè
senza dubbio alcuno la vice - regina sarebbe guarita. Si apprestava a ritornare
in convento, quando la vice - regina si alzò del tutto guarita da quella grave
infermità.
Una donna idropica, con il ventre straordinariamente gonfio, piangeva
inconsolabile dinanzi all'altare della Vergine. Vedendo il nostro Benedetto in
orazione presso l'altare maggiore, gli si accostò implorando il soccorso delle
sue potenti preghiere. Benedetto le fece il segno della croce e quella rimase
all'istante guarita.
Un giorno fra Benedetto, trovandosi alla porta del convento insieme con fra
Gregorio da Licata, vide avvicinarsi un povero cieco appoggiato a un bastone e
per mezzo di una corda si faceva guidare da un cane. Il povero cieco
avvicinatosi a Benedetto, lo implorò che gli facesse la grazia. Benedetto
facendo uso delle solite preghiere e del solito segno di croce, subito gli
ridiede la vista. Il povero cieco non seppe contenersi e gridò con gioia:
Miracolo! Miracolo!. Accorsero i frati e si accertarono con i propri occhi di
quanto era successo, ma Benedetto scappò a andò a nascondersi nell'oratorio
della montagna. Richiesto poi perchè fosse fuggito, rispose che il cieco era
stato guarito dalla Vergine e perciò non voleva che si desse gloria a lui,
anziché alla Madonna.
Così sanno operare i santi!!!
Come è stato detto, altri miracoli sono stati operati anche dopo la sua morte.
Diverse centinaia ne furono presentati ai processi, con testimonianze oculari e
con i prescritti referti medici.
La Sacra Congregazione dei Riti ne scelse due, anche perchè due soli erano
necessari per comprovare la santità di Benedetto.
Ecco quali furono i miracoli prescelti:
Salvatore Centini Capizzi da S. Fratello, non volendo più soffrire il danno
materiale che gli procuravano alcuni maiali che erano nell'orto vicino a casa
sua, prese lo schioppo e, più per metterli in fuga che per ammazzarne qualcuno,
sparò un colpo. Dopo avere sparato sentì dei pianti e delle grida di dolore.
Involontariamente il povero Salvatore aveva colpito alla gola il figlio
Francesco, di nove anni, trapassandogliela da parte a parte.
Indescrivibile il dolore del povero padre e di tutta la famiglia specialmente
quando, chiamati i medici del luogo e dei paesi vicini, appresero che la ferita
era mortale e perciò assolutamente incurabile per il grande squarcio che aveva
cagionato la palla nell'esofago e nella trachea.
Addolorato il povero Centini, dopo avere saputo che tutti i rimedi umani erano
inutili, chiamò P. Placido da Naro, Guardiano del convento di S. Fratello, il
quale con la reliquia del servo di Dio benedì il ragazzo toccandogli la stessa
ferita. Oh grande miracolo! A quel tocco la ferita venne perfettamente
rimarginata e Francesco riprese a parlare, solo rimase una cicatrice, quasi a
testimonianza della così miracolosa guarigione.
Il secondo miracolo presentato per la canonizzazione è il seguente: Filippo
Scaglione da S. Fratello era nato storpio con tutte e due le gambe paralizzate,
tanto che non poteva camminare. Quando doveva andare da un posto all'altro lo
faceva strascinandosi carponi, ma non sempre gli riusciva farlo.
Si trovava a letto quando, sotto le finestre di casa sua, passava la processione
che conduceva la sacra reliquia del servo di Dio, Benedetto, dono fatto alla
chiesa del convento di S. Fratello.
Filippo, che aveva sentito narrare i molti miracoli ottenuti per intercessione
del servo di Dio, si sentì fortemente stimolato a implorare la grazia per la sua
guarigione.
Si fece trasportare dalla sorella alla finestra e guardando la reliquia che
passava, con sentimenti di viva fede, con tutto il cuore chiese la grazia.
Mentre così pregava, vide al suo fianco un frate dal volto moro e sospeso in
aria, che gli comunicava la completa guarigione. Filippo riconobbe in quel frate
il servo di Dio Benedetto, credette alle sue parole, fece la prova di camminare,
appoggiò liberamente i piedi, si sentì rassodato nelle gambe, cominciò a
camminare prima lentamente e poi speditamente. Si mise a gridare per la gioia,
facendo notare a tutti il miracolo operato da Dio per intercessione del suo
servo.
Ma credo che ognuno di noi si chiede: oggi Benedetto compie miracoli?
Piuttosto che chiedersi se compie ancora miracoli, perchè non si prega con viva
fede, con ardente amore e con rinnovata speranza?
Preghiamo, invochiamo, supplichiamo Benedetto, con fede, con l'animo in grazia
di Dio, come egli voleva, e i miracoli per intercessione del Santo Moro si
realizzeranno.
Sorella Morte
Laudato sì, mi Signore, per sora nostra morte corporale, Da la quale nullo homo
vivente pò scappare,
Guai a quilli che morranno ne li peccata mortali.
Beati quilli che troverà nelle tue santissime voluntati,
Ca la morte secunda nol farà male.
Così S. Francesco, disteso sulla nuda terra, componendo l'ultima strofa del
"Cantico delle Creature", invitava i suoi frati a cantare, mentre egli
gioiosamente si preparava a donare la sua bell'anima al Signore. Benedetto,
degno figlio di tanto Serafico Padre, anche lui si preparava ad andare a
ricevere la giusta mercede del buon servitore, e a incontrarsi con Dio, la
Vergine e i Santi che per tutta la vita aveva amati, pregati, invocati e in
estasi contemplati, e ora li avrebbe incontrati e visti faccia a faccia.
Benedetto nel mese di febbraio 1589 si ammalò, i frati vista la gravità del male
chiamarono il suo intimo amico, il Signor Giandomenico Rubiano, senatore della
città, il quale subito accorse. Benedetto vedendolo preoccupato gli disse: "Per
questa volta piace al Signore che io scampi questa infermità, però all'altra mi
partirò da questa vita, e sarà presto perchè ho già finito il mio tempo".
Difatti quella volta guarì, ma non passò un mese e, avendo il male ripreso
virulenza, Benedetto di giorno in giorno deperiva.
I frati tutti lo servivano, ma egli non voleva che si preoccupassero, sapendo
per particolare rivelazione che era prossima l'ora di unirsi con il suo amato
Signore.
Il Padre Superiore una volta visitandolo gli disse: "Oh! messere, gran travaglio
avremo il giorno della vostra morte per il concorso della gente che verrà".
Benedetto dolcemente rispose: "Non dubitate, Padre, perchè il giorno che io
morrò non ci sarà moltitudine di popolo, non ci sarà nessuno, ma bensì dopo; e
se non sarà ben presto sotterrato questo mio corpo, verrà grande moltitudine e
si vedranno grandi contrasti, onde vi supplico di farlo sotterrare presto".
Profezia che puntualmente si avverò.
Durante gli ultimi giorni di malattia, pur essendo tormentato da fortissimi
dolori, da sfinimenti e languori, tuttavia nulla voleva per alleviarli e
soffriva tutto offrendo al suo bene: Gesù.
Non avrebbe voluto prendere né medicine né cibi speciali tuttavia, come servo
obbediente, prendeva solo tutto quello che il Superiore e il medico ordinavano.
Un giorno, dopo che un frate gli aveva portato due tuorli d'uovo prescritti dal
medico, egli disse: "Questi rossi d'uovo non servono più, solo li prendo per
fare l'obbedienza".
Aggravandosi il male pregò il Superiore di portargli il Santo Viatico. Prima di
ricevere il Santissimo Sacramento, alzatosi alquanto e messo il cordiglio al
collo, in segno di umiliazione, con voce chiara, solo interrotta dai singhiozzi,
domandò perdono a tutti dei suoi peccati e lo fece con tale umiltà da sembrare
il più grande peccatore. I suoi confratelli che attorniavano il suo lettuccio
furono talmente commossi che si misero a piangere.
A fra Guglielmo da Piazza, che credeva fosse vicino a spirare e si era messo ad
accendere le candele, disse: "Fratello non è ancora venuta l'ora, quando sarà
giunta, ve lo dirò".
Avvicinandosi il giorno della sua morte, a fra Paolo e a fra Guglielmo che erano
vicini disse: "Mettete in ordine alcune sedie per queste sante donne che vengono
a visitarmi." I frati, non vedendo nessuno, gli chiesero: Dove sono? Egli
rispose: "Non vedete S. Orsola e le sue vergini?" Benedetto nutriva particolare
devozione verso questa santa e nell'ora della sua dipartita era venuta a
visitarlo. Passato ancora qualche giorno, e avvicinandosi l'ora della morte,
rivolto a fra Guglielmo disse: "Fratello, è arrivata l'ora, accendete le
candele." Indi si pone le mani sul petto in forma di croce, con i sentimenti più
teneri invocati i dolci nomi di Gesù, Maria e Francesco, alza gli occhi al
cielo, con il volto più luminoso del solito, pronunziando queste parole: "Nelle
tue mani raccomando il mio spirito", l'anima benedetta, abbandonando la spoglia
mortale, spicca il volo verso la celeste dimora dei beati.
Erano le ore 18 del 4 aprile 1589, martedì dopo la festa di Pasqua di
Risurrezione.
Fra Benedetto aveva 65 anni, di cui 21 passati presso i suoi genitori, 17 da
eremita, 27 da frate minore.
Quell'anima benedetta separatasi dal corpo, prima di entrare nella gloria, volle
ancora dare una consolazione alla sua cara nipote, Suor Benedetta Nastasi, che
si trovava nella casa dell'amico Giandomenico Rubiano. Mentre ella era nella sua
cameretta, all'improvviso vide svolazzare una candida colomba e udì queste
parole: "Non domandi niente, Benedetta?" La fanciulla riconobbe la voce e
chiese: "Dove andate zio?" Ebbe questa risposta: "Al cielo".
Benedetto se n'è andato al cielo e, come S. Paolo, può esclamare: "Ho combattuto
la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi
resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà
in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore
la sua manifestazione." (2Tim. 4, 7-8)
La Gloria
La vera gloria è lo splendore dell'uomo nella magnificenza del cielo a onore di
Dio. Il risplendere nella gloria è la piena rivelazione della vita vissuta in
grazia. La grazia e la gloria appartengono alla stessa specie, perchè la grazia
è in noi principio di gloria.
Benedetto ha trascorso tutta la sua vita terrena in intima unione con la grazia
divina; il suo ideale è stato il vivere in grazia del suo bene: Dio; la sua meta
è stata il raggiungere il datore di ogni grazia: Dio; il suo ultimo fine è stato
il conseguire il possesso della gloria, per vivere in eterno della vita di Dio,
che è la gloria perenne, immortale, infinita. A Benedetto si aprono le porte
eterne del regno beato: lì si ama Dio senza stancarsi, si loda Dio senza
annoiarsi, si possiede Dio senza più temere di doverlo perdere. Benedetto è
entrato nella gloria immortale.
Anche gli uomini sulla terra innalzano a Benedetto un canto di riconoscenza,
intrecciano un serto di gloria, elevano troni di amore; chiese, altari, statue,
e questo per pregarlo, per invocarlo, sempre per amarlo. Il giorno della morte,
come aveva predetto, poca gente fu presente al suo trapasso e alla sua
sepoltura. Ma, diffusasi la notizia della sua dipartita, una moltitudine di
devoti accorse alla sua tomba: palermitani, messinesi, agrigentini, siracusani,
e altri da ogni parte dell'isola.
Viceré, Cardinali, Arcivescovi, magistrati, dignitari spagnoli e fedeli della
Spagna, che si trovavano a Palermo, accorsero alla sua tomba per pregarlo,
supplicarlo e celebrare le sue lodi.
Tutto questo durò per molti mesi.
Benedetto come in vita, così dopo la morte, elargiva in abbondanza grazie,
prodigi, miracoli che otteneva dalla bontà di Dio e dalla Vergine Santa.
Fu questo stuolo di popolo e di autorità, compreso il Re di Spagna che diede il
via alla richiesta di vedere Benedetto circonfuso dall'aureola dei Santi. Il suo
intimo amico Giandomenico Rubiano si mise subito all'opera perchè fosse iniziato
il processo canonico della sua beatificazione. Non risparmiò mezzi, non lasciò
in pace autorità ecclesiastiche, sia diocesane che romane, scrisse a Filippo III
Re di Spagna per interessarlo, prima per fare traslare il corpo di Benedetto
dalla fossa comune in chiesa, poi per fare iniziare il processo di
beatificazione.
Si iniziarono i processi, che alla fine risultarono cinque, si raccolsero i
testimoni che furono oltre duecento, si elencarono i numerosi miracoli
documentati con certificati medici, che furono diverse centinaia.
Al Rubiano sembrava che presto Benedetto dovesse ascendere agli onori
dell'altare, ma la Chiesa saggia, prudente, meticolosa farà passare circa
duecento anni, prima di decidere la canonizzazione del nostro servo di Dio. Il
povero Rubiano non vedrà questa glorificazione, perchè all'età di 93 anni anche
lui va a ricevere il suo premio riservato ai giusti che hanno amato Dio.
Il Rubiano però, prima di morire, vedrà il suo Benedetto tolto dall'umida tomba,
dove era stato seppellito, e posto in un luogo onorifico nella chiesa di S.
Maria di Gesù. Nel giorno di questa traslazione una moltitudine di devoti
poterono assistere agli strepitosi prodigi: il corpo di Benedetto era
incorrotto, dal suo corpo si effondeva tutt'intorno un fragrante profumo, chi si
avvicinava e riusciva a toccarlo riceveva grazie e miracoli. Fu un'apoteosi di
gloria e la sua fama si diffuse, passò dalla terra di Sicilia all'Italia tutta e
all'Europa, sino a raggiungere le lontane Americhe dove vi erano le colonie
dipendenti dalla Spagna. Anche nelle lontane Indie fu conosciuto il nostro
Benedetto, e il Tognoletto narra che un re di quelle terre riebbe la vista
invocando Benedetto.
Nel frattempo i processi canonici andavano avanti lentamente, tanto che solo nel
1763 Papa Clemente XIII lo dichiarò Beato.
Nel 1807, dopo altri processi canonici e la raccolta di nuovi documenti e
miracoli, il Papa Pio VII il 25 maggio, festa della SS.ma Trinità, elevò
Benedetto agli onori dell'altare, proclamandolo Santo della Chiesa Cattolica.
La gloria di Benedetto quaggiù sulla terra non ha fine, ancora oggi i popoli
della terra, in modo particolare in Spagna, Portogallo, Brasile, Perù,
Argentina, Venezuela, Messico, celebrano feste e innalzano inni di
ringraziamento al Santo da loro chiamato "Benito da Palermo". A New Jork è stata
di recente ricostruita una chiesa bella e grande nel centro di Manhattan in
onore di S. Benito da Palermo.
Nella cartina sono indicati i luoghi dove S. Benedetto soggiornò da Eremita e da
Frate Minore.
A TE ATTENTO LETTORE E AMMIRATORE DEL NOSTRO GRANDE
PATRONO
S. BENEDETTO IL MORO
Hai letto questa breve biografia, ma se vuoi maggiormente conoscere questo
nostro Santo Taumaturgo non devi fare altro che leggere le biografie di tanti
autori che hanno scritto diffusamente esaltando la sua vita, la sua spiritualità
descrivendo le sue virtù, elencando prodigi e miracoli.
Ti presento la bibliografia dei principali autori, essi sono:
Tognoletto Pietro ofm. "Paradiso Serafico"
Vol. I Lib. III Pag. 215 - 332.
"Vita di San Benedetto da S. Fratello". Palermo 1667.
Da Mendrisio Gian-Alfonso ofm.
"Vita del Beato Benedetto da S. Fratello" Napoli 1794.
M. R. P. Benedetto Nicolosi ofm.
"Vita di S. Benedetto da S. Fratello" Palermo 1907
Mangione Salvatore. -
P. Benedetto Albergamo ofm.
"Pelle Beata - Vita ed opere di San Benedetto il Moro
o il Nero” Palermo 1988.
P. Ludovico Maria Mariani ofm
"S. Benedetto da Palermo - Il Moro Etiope nato
a S. Fratello" Palermo 1989.
Castagna Umberto
"Nera fonte di luce - Storia di S. Benedetto" Palermo 1989.
Mangione Salvatore. - P. Benedetto Albergamo ofm.
"Pelle Beata - Vita ed opere di San Benedetto il Moro o il
Nero" Palermo 1988.
S. Em. Pappalardo Card. Salvatore
"S. Benedetto il Moro: un fiore esotico sbocciato in Sicilia"
Lettera dell'Arcivescovo di Palermo nel IV centenario della morte del Santo.
Palermo 1989
Mangione Salvatore - P. Benedetto Albergamo ofm.
"S. Benedetto Nero si, ma di pelle beata" Palermo 1995 Giovanna Fiume e
Marilena Modica "S. Benedetto il Moro" Santità - Agiografia e primi processi
di canonizzazione: Biblioteca di Palermo 1998
S. E. Lukumwena Mons. Stanislao ofm.
Vescovo di
Kole - Zaire (Africa)
"La Spiritualità di San Benedetto il Moro o l'Africano" di prossima
pubblicazione.
Queste pubblicazioni si trovano presso la Biblioteca del Convento di S. Maria
di Gesù - Palermo.
CORONCINA IN ONORE
DI S. BENEDETTO DA S. FRATELLO
V/. O Dio, vieni a salvarmi.
R/. Signore, vieni presto in mio aiuto.
V/ Gloria al Padre e al Figlio / e allo Spirito Santo.
R/ Come era nel principio, è ora e sempre / nei secoli dei secoli.
Amen. Allelluia.
|
1
Benedetto,
che nel mondo Di
virtù fosti
modello;
Or che in
Ciel vivi giocondo
Al mio cor
maligno e fello
Deh! Tu
ispira la pietà.
Per me prega
il sommo Iddio,
La tua prece
ascolterà.
Pater, Ave,
Gloria.
|
4
Tu del mondo
ingannatore Giovanetto il piè traesti
Pio romito
il vergin cuore
Là nel cielo
ognor ergesti:
Fosti tutto
di Gesù.
Deh!
M'impetra o Benedetto Del distacco la virtù.
Pater, Ave,
Gloria. |
|
2
Di Etiopia
foste fiore
Trapiantato
in mezzo a noi,
Nero in
volto e puro in core.
Dio concesse
ai meriti tuoi
Dei prodigi
la virtù.
Deh!
Conservaci la fede
All'amato
tuo Gesù
Pater, Ave,
Gloria.
|
5
Sotto Pale
ricovrasti
Tu del
povero di Assisi
Del più
santo affetto amasti
Quei che son
meschini e invisi
Perché
immagin del Signor
O beato, fa
ch'io senta
Pel meschin
verace amor.
Pater, Ave,
Gloria. |
|
3
Pastorello
umil traevi
I tuoi
giorni fra gli stenti:
Sebben
schiavo, tu ricevi
Gloria e
onori, che i portenti
Manifesta
del Signor.
Deh, dal
fascino mi salva
Del caduco e
falso onor.
Pater, Ave,
Gloria.
|
6
Il Paraclito
i portenti
Beato, in te
rinnova.
Dai consigli
ai più prudenti,
D'alto senno
dai prova
Sebben
privo di saper.
Tu ci
assisti: per te splenda
L'alma luce
in noi il ver
Pater, Ave,
Gloria. |
INNO A S. BENEDETTO DA S. FRATELLO
NEL QUARTO CENTENARIO DELLA SUA MORTE
4 APRILE 1989
Parole e motivo del M.R.P. Timoteo Orlando o.fm.
Accogli, o Benedetto, la lode e la preghiera di chi t'invoca e spera nel tuo
fraterno amor.
Accogli, o Benedetto, la lode e la preghiera di chi t'invoca e spera nel tuo
fraterno amor.
|
Umile e ricco d'alta sapienza
Benedetto cercasti eterno Amore in cima a
monti, in grotte e romitori con prece assidua, lavoro e penitenza.
|
Devoto adorator di Cristo in croce, fedele
sentinella al santo altare, tu con Maria amavi conversare con cuore fervido
e amorosa voce. |
|
Accogli, o Benedetto,
la lode e la preghiera
di chi t’invoca e spera
nel tuo fraterno amor
|
Accogli, o Benedetto,
la lode e la preghiera
di chi t’invoca e spera
nel tuo fraterno amor |
|
La schiavitù provasti dei negriti, ma,
libero, con Cristo diffondersi l'amor che ci affratella coi celesti, ricco
di grazie e favori inauditi!
|
Ai poveri la tavola imbandita agli ammalati
ottieni salute;
guarisci ciechi, zoppi, sordi e muti; morti
richiami a novella vita!
|
|
Accogli, o Benedetto,
|
Accogli, o Benedetto, |
|
La gente di color del terzo mondo t'invoca
Protettore a suo modello! Palermo suo Patrono a San Fratello t'innalza un
canto e onora dal profondo
|
I figli di Francesco come guida ebbero te
sostegno e incitamento
di santità: che splenda e sempre arrida nei
tuoi fratelli come un testamento!
|
|
Accogli, o Benedetto,
|
Accogli, o Benedetto, |
|